“Tres pasiones, simples, pero abrumadoramente intensas, han gobernado mi vida: el ansia de amor, la búsqueda del conocimiento y una insoportable piedad por los sufrimientos de la humanidad. Estas tres pasiones, como grandes vendavales, me han llevado de acá para allá, por una ruta cambiante, sobre un profundo océano de angustia, hasta el borde mismo de la desesperación” — Bertrand Russell

11/7/13

La crisi strutturale della politica

Istvan Mészaros  ✆ Ilesxi
Istvan Mészaros  |  Traduzione di Nunzia Augeri

1. Sintomi di una crisi di fondo  |  Vorrei cominciare facendo una breve rassegna dei recenti sviluppi inquietanti – e direi anche minacciosi a livello mondiale – nel campo della politica e del diritto. Ma permettetemi di ricordare a questo proposito la mia prima visita in Brasile, molti anni fa.

Non ero molto lontano da Maceio, in termini di distanze brasiliane. In quell’occasione, dopo un lungo volo da Londra a Recife, al mattino presto un’auto mi condusse a una stazione radio commerciale a Joao Pessoa, per uno scambio di opinioni. Dieci minuti dopo l’inizio della nostra conversazione, che veniva trasmessa in diretta, con amici e colleghi vedemmo che al di là della parete di vetro che ci separava dalla stanza adiacente si levava una grande confusione. Durante l’interruzione per la pubblicità potemmo scoprire che la ragione di quella che sembrava una discussione infuocata nella stanza accanto era la preoccupazione espressa da un reporter, testimone oculare di serie rivolte causate dalla fame, che si stavano svolgendo in una città vicina. Questo incidente accadeva nel 1983, esattamente ventitre anni fa.

Circa vent’anni dopo, all’epoca della campagna elettorale del presidente Lula, lessi che egli annunciava come parte importante della sua strategia presidenziale la decisione di porre fine al grave disastro sociale della fame. I due decenni trascorsi dal tempo di quelle drammatiche rivolte a Paraiba non erano riusciti a risolvere quel cronico problema. Naturalmente voi siete giudici molto migliori di me per decidere se il presidente Lula abbia mantenuto il suo solenne impegno. Ma anche se la risposta fosse un entusiastico sì – e io ho qualche dubbio – le fosche statistiche delle Nazioni Unite sottolineano costantemente che il problema persiste, con conseguenze devastanti, in molte parti del mondo. E ciò malgrado il fatto che le capacità produttive di cui oggi dispone l’umanità potrebbero relegare definitivamente nel passato i drammi sociali della fame e della malnutrizione, ormai totalmente imperdonabili.

Sarebbe facile la tentazione di attribuire queste difficoltà – come accade spesso nel discorso politico – a contingenze politiche più o meno facili da correggere, postulando con ciò la possibilità di sanare la situazione con un cambio di personale politico alla prossima tornata elettorale. Ma questo significherebbe come sempre eludere il problema, e non dare una spiegazione plausibile. L’ostinato persistere dei problemi in questione, con tutte le loro dolorose conseguenze umane, indica che vi sono connessioni radicate molto più in profondo. Esse indicano una forza d’inerzia apparentemente incontrollabile, che sembra in grado di trasformare – con deprimente frequenza – anche le migliori intenzioni espresse nei manifesti politici in pietre che lastricano la strada dell’inferno, come dicono le immortali parole di Dante. In altri termini, la sfida è di affrontare le cause e le determinazioni strutturali che per forza di inerzia tendono a far fallire i programmi politici intesi a modificare la realtà, malgrado che gli stessi autori dei programmi riconoscano che la situazione è insostenibile. 

Prendiamo in considerazione alcuni esempi significativi, che dimostrano chiaramente non solo che vi è qualcosa che tocca pericolosamente la maniera in cui regoliamo i nostri scambi societari, ma ancor peggio, come circostanza aggravante, che vi è la tendenza a intensificare i pericoli fino a un punto di non ritorno.

Sei anni fa, per una conferenza tenuta ad Atene nell’ottobre del 1999, avevo scritto che “con ogni probabilità nel futuro la forma ultima di minaccia nei confronti dell’avversario – la nuova “diplomazia delle cannoniere”, esercitata da un cielo ormai ‘brevettato’ – sarà il ricatto nucleare. Ma il suo obiettivo sarebbe analogo a quelli del passato, mentre la modalità scelta potrebbe solo sottolineare l’assurda impossibilità di voler imporre in quella maniera la razionalità del capitale alle parti del mondo che vi si ribellano” (2). In questi sei anni tali pratiche politiche potenzialmente letali di imperialismo egemonico globale sono diventate non solo una possibilità generica, ma parte integrante della “concezione strategica” neo-conservatrice del governo americano, apertamente dichiarata. E oggi ancora peggio. Nelle ultime settimane, in relazione all’Iran, (3) si è intrapreso di fatto un percorso che potrebbe minacciare non solo l’Iran ma tutta l’umanità, con un disastro nucleare. La cinica formula che si usa sempre nel rendere pubbliche tali minacce è di non confermare né smentire. Ma nessuno si lascia ingannare da questi mezzucci. Di fatto il pericolo molto concreto di disastro nucleare, che si è recentemente rivelato, ha spinto un gruppo di noti fisici americani, fra cui cinque premi Nobel, a scrivere una lettera aperta di protesta al presidente Bush, in data 17 aprile, in cui essi dichiarano: “E’ gravemente irresponsabile che gli Stati Uniti in quanto maggiore superpotenza prendano in considerazione delle azioni che potrebbero portare a un’ampia distruzione di vita sul pianeta. Chiediamo che il governo annunci pubblicamente che eliminerà l’opzione nucleare in ogni caso di avversario non-nucleare, presente o futuro, e chiediamo che il popolo americano faccia sentire la sua voce su questa materia”. (4)

Le legittime istituzioni politiche delle nostre società sono in grado di affrontare tali situazioni estremamente pericolose mediante un intervento democratico nell’attuale processo decisionale, come continua a ripetere il tradizionale discorso politico, malgrado tutte le evidenze contrarie? Solo una persona molto ottimista – e anche un po’ ingenua – potrebbe credere sinceramente e restare convinta che questa felice realtà corrisponda al vero. Infatti negli ultimi anni le principali potenze occidentali si sono lanciate in guerre devastanti, praticamente senza impedimenti, usando metodi autoritari – come la “executive prerogative” o la “Royal prerogative” in Gran Bretagna – senza consultare il popolo su una materia tanto importante, e calpestando spietatamente sia il diritto internazionale che gli organi decisionali delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti si arrogano il diritto morale di fare quel che gli pare, ovunque gli pare, al punto di usare armi nucleari – non solo in via preventiva ma anche preferenziale – contro qualsiasi paese, ovunque i suoi “interessi strategici” lo richiedano. E tutto questo gli Stati Uniti lo fanno come pretesi campioni e guardiani dei principi di “democrazia e libertà”, e con tutto l’appoggio delle nostre “grandi democrazie”.

Una volta si usava la sigla M.A.D. * (In inglese “mad” significa “pazzo”. NdT) – Mutually Assured Distruction (sicura distruzione reciproca) – per indicare la situazione di un confronto nucleare. Oggi che i “neo-con” non possono più addurre a pretesto che gli Stati Uniti (e l’Occidente in generale) sono minacciati di distruzione nucleare, la sigla indica la pazzia totale in cui si identifica il “legittimo orientamento politico” della follia politico-militare istituzionalizzata. Ciò deriva in parte dalla delusione dei “neo-con” per gli esiti della guerra in Iraq. I conservatori americani avevano sperato che l’invasione dell’Iraq avrebbe messo in moto un effetto-domino in tutta la regione, e che il popolo dell’Iran e degli altri stati ricchi di petrolio fosse pronto a insorgere per rivendicare democrazia e libertà di stile occidentale. Purtroppo si è verificato il contrario, almeno in Iran. (6) Ma c’è qualcosa di molto peggio, perché dietro vi è in agguato un intero sistema di “pensiero strategico” supportato e garantito dalle istituzioni, e incentrato sul Pentagono. Per questo la nuova “pazzia” è tanto pericolosa per il mondo intero, inclusi gli Stati Uniti, i cui peggiori nemici sono appunto questi nuovi “strateghi”.

Lo possiamo vedere con molta chiarezza in un libro pubblicato nel 2004 da Thomas P.M. Barnett (7), e recensito nella “Monthly Review” da Richard Peet, che scrive:
L’11 settembre è stato un grande regalo, per quanto assurdo e crudele ciò possa sembrare. Fu in invito che la storia lanciò agli Stati Uniti per risvegliarsi dal sogno degli anni 90 e imporre nuove regole al mondo. Il nemico non è la religione (l’Islam) e neppure il luogo, ma la condizione di “sganciamento”. Essere “sganciati” in questo mondo significa essere isolati, deprivati, repressi e non istruiti. Per Barnett questi sintomi definiscono il pericolo. Più semplicemente, se un paese sfugge allaglobalizzazione, o ne rifiuta i contenuti culturali, è probabile che gli Stati Uniti  finiranno per inviarvi delle truppe… Negli Stati Uniti la concezione strategica deve focalizzarsi sull’“accrescere il numero di Stati che riconoscono un insieme stabile di regole circa la guerra e la pace” – cioè le condizioni alle quali diventa ragionevole fare la guerra a nemici identificabili del “nostro ordine collettivo”. Aumentare questa comunità significa semplicemente stabilire la differenza fra buoni e cattivi regimi e incoraggiare i cattivi a cambiare. Gli Stati Uniti – Barnett pensa – hanno la responsabilità di usare il loro tremendo potere per rendere la globalizzazione veramente globale. Altrimenti parti di umanità saranno condannate allo status di outsiders che potrà condurre a definirli come nemici. E nel caso in cui gli Stati Uniti li identificassero come tali, gli farà la guerra, portando morte e distruzione. Questa non è assimilazione forzata – sostiene Barnett – e neppure allargamento dell’impero: è invece estensione della democrazia. (8)
Qui siamo evidentemente ai limiti della follia. E le sue conseguenze brutali vengono chiarite dall’autore in un’intervista alla rivista “Esquire”:
Che cosa significa questo nuovo approccio per il nostro paese e per il mondo a lunga scadenza? Permettetemi di essere molto chiaro: i ragazzi non torneranno mai a casa. L’America non lascerà il Medio Oriente finché il Medio Oriente non si sarà unito al resto del mondo. E’ semplice. Non è necessaria alcuna strategia di uscita perché non ci sarà uscita.
In verità non potrebbe essere più chiaro di così. Possiamo vedere chiaramente la gratuita idealizzazione delle assurde presunzioni del “tremendo potere” USA e la proiezione della “globalizzazione” come mero dominio americano, riconoscendo apertamente che esso veicola “morte e distruzione”. E se qualcuno volesse pensare che Barnett è un irresponsabile pennivendolo, ci sono pure sempre i fatti a suscitare allarme. Barnett infatti è “ricercatore strategico senior” della Scuola navale di guerra di Newport, Rhodes Island, ed è “vision guy” nell’ufficio di Force Transformation dipendente dal Ministero della difesa. Inoltre fa parte di una lista di persone qualificate che bisogna interpellare e prendere in considerazione, in tutta serietà.

Negli Stati Uniti purtroppo, i livelli più alti del “pensiero strategico” sono popolati da questi “vision guys”, ben decisi ad aggiungere i loro pesanti lastroni di intenzioni non certo buone, ma cattive e aggressive, sulla strada per l’inferno di cui parlava Dante. Il grande poeta italiano non sostenne mai che la via dell’inferno potesse essere lastricata solo di buone intenzioni. Secondo uno di questi pericolosi “vision guys”, Max Boot – che è consigliere anziano del prestigioso “Council on Foreign Relations” americano – “ogni nazione che ha una politica imperiale è destinata a soffrire qualche rovescio. L’esercito inglese, durante le ‘piccole guerre’ del periodo vittoriano, fu severamente sconfitto ed ebbe migliaia di caduti sia nella prima guerra afghana (1842) che nella guerra contro gli Zulu (1879). Ciò non indebolì la determinazione degli inglesi a difendere e allargare il loro impero, ma li rese ansiosi di vendicarsi. Se gli americani non sanno adottare un atteggiamento mentale analogo, non saranno in grado di reggere una politica di tipo imperiale”. (9) In una “concezione strategica” di tipo così aggressivo, si avanza un’aperta idealizzazione della costruzione dell’impero inglese perfino nei suoi aspetti più brutali. In nome dell’esportazione della “democrazia” e della “libertà” si raccomanda cinicamente di adottare senza riserve l’antica violenza coloniale come modello per la costruzione dell’impero americano di oggi.

Ciò che rende tutto questo particolarmente inaccettabile è che su tutte le questioni di maggiore importanza – e si parla anche della distruzione dell’umanità – ai maggiori livelli decisionali statunitensi si riscontra un assoluto consenso, malgrado il periodico rituale delle elezioni sia per la Presidenza che per il Congresso e il Senato, che dovrebbero offrire alternative reali. Le differenze in queste questioni di importanza vitale sono più conclamate che reali. Come affermavo nel dicembre 2002, molto prima dell’invasione dell’Iraq, “il presidente democratico Clinton aveva portato avanti la stessa politica del suo successore repubblicano, anche se in maniera più mascherata. Per quanto riguarda il candidato democratico alla Presidenza, Al Gore, egli ha dichiarato recentemente che appoggia senza riserve la guerra contro l’Iraq perché tale guerra non significa un “cambio di regime” ma si tratta di “disarmare un regime in possesso di armi di distruzione di massa”. (10) E non dovremmo poi dimenticare che il primo Presidente americano a bombardare l’Afghanistan fu proprio quel tanto idealizzato Bill Clinton. Non deve quindi sorprendere che il successore di Al Gore come candidato democratico alla Presidenza, il senatore John Kerry, si sia affrettato a dichiarare – ripetendo le parole del suo avversario repubblicano George Bush – che “gli americani non sono d’accordo su se e come avremmo dovuto andare alla guerra. Ma oggi per noi sarebbe impensabile ritirarci in disordine e lasciarci dietro una società profondamente lacerata e dominata dagli estremisti”. Si capisce bene perciò come il noto scrittore e critico americano Gore Vidal abbia descritto la politica americana in questi termini di amara ironia: “Negli Stati Uniti c’è un sistema che prevede un solo partito con due ali destre”.

Sfortunatamente, gli Stati Uniti non sono l’unico paese di cui si possa dire questo. Ce ne sono molti altri in cui – tolti alcuni piccoli partiti e movimenti totalmente ininfluenti a livello di potere decisionale – le funzioni decisionali in politica sono monopolizzate da analoghi accordi istituzionali consensuali e auto-legittimati, con differenze minime (seppure esistono) fra loro, malgrado l’occasionale cambio di personale politico al massimo livello. Dati i limiti di tempo, mi limiterò a discutere un solo caso di grande importanza, quello della Gran Bretagna. Questo paese – che si vanta di essere la culla della democrazia, sulla base dell’antico documento storico della Magna Carta – sotto il governo di Tony Blair si è allineato al potente Stato americano per quanto riguarda la definizione di Gore Vidal: un partito con due ali destre. La guerra all’Iraq è stata approvata nel Parlamento inglese sia dal partito conservatore che dal New Labour con l’aiuto di violazioni e manipolazioni giuridiche più o meno ovvie. Oggi possiamo leggere che “le trascrizioni delle dichiarazioni rese in privato dall’attorney general Lord Goldsmith suggeriscono che il parere giuridico cruciale sulla legalità della guerra, presentato in Parlamento a suo nome, fu scritto da due dei più fedeli alleati di Blair… L’ex ministro degli esteri Robin Cook ha dichiarato che, avendo presentato le dimissioni il giorno prima dell’inizio della guerra, non aveva mai sentito Lord Goldsmith proporre la questione in una riunione di governo. ‘Penso che non abbia mai scritto un secondo parere’, ha dichiarato al “Guardian”” (11). L’aver reso pubbliche queste pratiche, condannate da noti esperti di diritto, circa la “guerra illegale” di Bush e Blair, non ha provocato alcuna reazione. Gli interessi dell’imperialismo egemonico globale – serviti senza esitazioni e in maniera umiliante dal sistema di consenso politico di una ex potenza imperialistica – devono avere la meglio ad ogni costo.

Le conseguenze di questa maniera di gestire lo scambio sociale e politico si estendono su un ventaglio molto ampio. Possono avere implicazioni davvero devastanti per le pretese credenziali democratiche dell’intero sistema giuridico. Tre casi importanti saranno sufficienti a dimostrare l’assunto.

Il primo caso riguarda l’allarme lanciato dal famoso scrittore John Mortimer, che fu in passato un sostenitore appassionato del Partito laburista inglese, senza essere peraltro un radicale spinto. Tuttavia, viste gli ultime vicende in campo giuridico e politico, e in particolare l’abolizione della importantissima garanzia dell’habeas corpus, Mortimer ha sentito la necessità di protestare con pari passione, e in un articolo ha scritto che “ora è emerso il fatto orribile che l’idea di ‘modernizzazione’ del Labour è rimandarci più indietro della Magna Carta e del Bill of Right, giorni oscuri in cui non avevamo alcuna idea della presunzione di innocenza… Sembra che in un gran numero di casi Tony Blair preferisca accettare le sommarie convinzioni fornite dalla polizia senza necessità di alcun processo. Con questo vengono liquidate centinaia di anni di una costituzione che ci rende tanto orgogliosi”. (13) 

Il secondo caso dimostra come il governo inglese risponda alle severe critiche provenienti perfino dagli organi più alti della magistratura: con un rifiuto autoritario. Come si è visto recentemente: “Un giudice di alto livello ha espresso dei dubbi circa il sistema governativo di controllo contro i sospetti terroristi, in quanto ‘affronto alla giustizia’ e ha fatto ricorso perché contrario alle leggi sui diritti umani… Il ministero dell’interno ha rigettato il ricorso”. (14)

Per quanto riguarda il terzo caso, esso indica una questione di grandissima importanza legislativa: l’autorità del Parlamento stesso, che si trova sotto la minaccia della legge di riforma del New Labour. Citiamo John Pilger: “La legge di riforma legislativa ha già superato la seconda lettura al Parlamento senza suscitare alcun interesse da parte dei deputati laburisti e dei giornalisti specializzati: eppure si tratta di una legge assolutamente totalitaria…In base a questa legge, il governo potrà cambiare segretamente ilParliamentary Act, e un suo decreto potrà cancellare la costituzione e le leggi. La nuova legge segna la fine dell’autentica democrazia parlamentare; di fatto i suoi effetti sono tanto significativi quanto l’abbandono del Bill of rights da parte del Congresso USA, l’anno scorso”. (15)

La manipolazione e la violazione del diritto internazionale e nazionale, allo scopo di giustificare l’ingiustificabile, comportano rischi notevoli anche per i più basilari elementi costituzionali. Sotto la pressione diretta degli Stati Uniti, che vogliono assicurarsi un appoggio illegale per i loro interventi avventuristici in altri paesi, i mutamenti in senso negativo – che inficiano elementi fondamentali della struttura politico-giuridica dei loro “alleati” – non restano confinati al contesto internazionale (dominato dagli USA). Tendono invece a inficiare la costituzionalità in generale, con conseguenze incontrollabili per il sistema giuridico interno degli “alleati volonterosi”, sovvertendone le tradizioni giuridiche e politiche. L’arbitrio e l’autoritarismo possono provocare rivolte come risultato di tali cambiamenti altamente irresponsabili, che non esitano a gettare lo scompiglio anche nella costituzione vigente.

L’attuale dibattito giapponese offre un esempio significativo su questo punto. “E’ sorta una grave situazione in cui le forze che vogliono procedere a una revisione costituzionale stanno facendo a gara nel redigere una nuova costituzione. Il Partito liberaldemocratico (che è da molto tempo al governo) ha preparato una bozza di costituzione in cui … viene cancellato il secondo paragrafo dell’art. 9 della costituzione vigente, e si aggiunge una norma che permette al Giappone di ‘mantenere una forza militare di autodifesa’, destinata anche ad ‘attività coordinate a livello internazionale per mantenere la pace e la sicurezza nella comunità internazionale’, aprendo così la strada a un uso delle forze giapponesi all’estero. La bozza prevede anche una clausola per limitare i diritti umani fondamentali in nome dell’‘interesse pubblico’ e dell’‘ordine pubblico’, il che significare negare il costituzionalismo. Inoltre è molto grave che la bozza del Pld renda più agevole emendare la costituzione, cancellando il requisito previsto della maggioranza dei due terzi del Parlamento per introdurre la maggioranza semplice”. (16) Lo scopo immediato di tali cambiamenti è ovviamente quello di trasformare il popolo giapponese in “volonterosa” carne da cannone per le guerre presenti e future dell’imperialismo statunitense. Ma chi può dimenticare la dolorosa storia delle trascorse avventure imperialistiche giapponesi e della repressione interna, e garantire che non ci saranno altre conseguenze a lunga scadenza?

Nel frattempo ci sono tanti gravi problemi che potrebbero trovare soluzioni opportune. Alcuni sono presenti da decenni e impongono gravissime sofferenze e sacrifici a milioni di uomini. Per ricordare un esempio molto vicino a voi, la Colombia. Per quarant’anni le forze di oppressione – interne ed esterne, dominate dagli USA – hanno tentato di soffocare la lotta del popolo colombiano, ma senza riuscirci. I tentativi di raggiungere un accordo negoziato – “con la partecipazione di tutti i gruppi sociali senza eccezione, allo scopo di riconciliare la famiglia colombiana” (17) nelle parole del leader delle Farc – sono stati sistematicamente frustrati. Come ha scritto recentemente Manuel Marulanda Velez in una lettera aperta destinata a un candidato presidenziale: “Nessun governo, liberale o conservatore, ha mai offerto un’effettiva soluzione politica al conflitto armato e a quello sociale. I negoziati sono stati usati allo scopo di non cambiare nulla, perché tutto restasse uguale. Tutti gli schemi politici elaborati dai governi hanno usato la Costituzione e le leggi come barriere, per garantire che tutto continui ad essere come prima”. (18)  

Quando gli interessi sociali dominanti lo richiedono, la “costituzionalità” e le regole del “consenso democratico” vengono cinicamente usate in Colombia (come altrove) come strumenti per eludere e rinviare all’infinito la soluzione dei problemi più urgenti, senza badare alle immense sofferenze imposte al popolo. E di converso, in un diverso contesto sociale ma in base alle identiche determinazioni strutturali, radicate nel profondo, si  ammettono anche le più stridenti violazioni della costituzione in vigore, malgrado il periodico omaggio rituale alla necessità di rispettare i dettami costituzionali. In questo senso, quando il Comitato del Congresso USA che indagava sull’affare “Iran-contras” concluse che l’amministrazione Reagan aveva “sovvertito la legge e violato la Costituzione”, non accadde assolutamente nulla e il Presidente colpevole non fu né condannato né rimosso.  E ancora in un altro caso – come abbiamo visto per la decisione del Pld giapponese di sovvertire la propria costituzione – quando le norme costituzionali rappresentano un ostacolo a nuove, pericolose avventure militari, gli interessi politico-sociali dominanti nel paese impongono una nuova struttura giuridica la cui funzione principale è di liquidare le garanzie democratiche e trasformare ciò che prima era considerato giuridicamente illegale in “legalità costituzionale” istituzionalizzata a loro arbitrio. E non dobbiamo infine dimenticare quanto è successo negli Stati Uniti e in Inghilterra in campo costituzionale negli ultimi anni, in un senso pericolosamente autoritario.

Come dicevo all’inizio, non dobbiamo attribuire i problemi cronici del nostro scambio sociale a contingenze politiche più o meno facili da correggere. La posta in gioco è molto alta, e storicamente abbiamo a disposizione un tempo piuttosto limitato per rimediare, in maniera socialmente sostenibile, all’ovvio malcontento delle classi sociali subordinate. Non si può evitare indefinitamente la questione del perché – vogliamo dire le cause sostanziali, non semplicemente gli insuccessi personali e contingenti, anche quando siano gravi, come spesso nei diffusi casi di corruzione politica. E’ necessario ricercare le cause sociali e le determinazioni strutturali profonde che stanno alla radice delle tendenze negative in politica e nel diritto, per riuscire a spiegare il loro ostinato persistere e il loro attuale peggioramento. E passiamo ora alla questione del “perché”.

2. La natura della crisi strutturale del capitale  |  A questo proposito è necessario chiarire le notevoli differenze fra tipi o modalità di crisi. Non è irrilevante che una crisi nella sfera sociale si possa considerare di natura periodica/congiunturale o qualcosa di molto più profondo. Infatti ovviamente la maniera di affrontare una crisi di fondo non si può teorizzare negli stessi termini delle categorie di crisi periodiche o congiunturali.

Per anticipare un punto fondamentale di questa conferenza, per quanto riguarda il campo della politica la differenza cruciale fra i due tipi diversi di crisi in questione consiste nel fatto che la crisi congiunturale o periodica si sviluppa e si può risolvere all’internodi una data struttura politica, mentre la crisi di fondo tocca i fondamenti strutturali nella loro totalità. In altri termini, in rapporto a un dato sistema socioeconomico e politico, parliamo della differenza fondamentale fra crisi più o meno frequenti nella politica, mentre la crisi della modalità politica vigente richiede requisiti qualitativamente diversi per la sua soluzione. E’ appunto questa che ci interessa oggi.

In termini generali, la distinzione non è semplicemente una questione di gravità apparente dei due tipi di crisi. Una crisi congiunturale o periodica può essere molto grave – come lo è stata la grande crisi mondiale del 1929-33 – ma può trovare soluzione entro i parametri del sistema dato. Interpretare erroneamente la gravità di una crisi congiunturale come se fosse una crisi di fondo del sistema – come fecero Stalin e i suoi consiglieri in occasione della crisi del 1929-33 – conduce a errori e a strategie inficiate dal volontarismo, come successe nei primi anni trenta, quando si identificò nella socialdemocrazia il “nemico principale”, con l’unica conseguenza di rafforzare Hitler, come di fatto avvenne. E inversamente, il carattere “non esplosivo” di una prolungata crisi strutturale, senza le “tempeste” (Marx) con cui le crisi congiunturali periodiche possono scaricarsi e svanire, può portare ugualmente a strategie errate, come risultato dell’errata interpretazione dell’assenza di “tempeste”, come se questo indicasse in via definitiva la stabilità del “capitalismo organizzato” e “l’integrazione della classe lavoratrice”. Questo genere di interpretazioni errate, certo fortemente incentivate dagli interessi ideologici dominanti con il pretesto della “obiettività scientifica”, tende a rafforzare la posizione dei fautori dell’accettazione del riformismo accomodante da parte dei partiti istituzionalizzati della classe operaia – una volta autenticamente di opposizione - e dei sindacati (tutti oggi passati sotto la categoria dell’ “opposizione di Sua Maestà”). Ma anche fra i più sinceri e convinti critici del sistema del capitale, questa errata concezione dell’ordine stabilito, considerato indefinitamente esente dalle crisi, può portare a un atteggiamento paralizzante di autodifesa, come abbiamo visto nel movimento socialista degli ultimi decenni.

Non si insisterà mai abbastanza sul fatto che al nostro tempo non si può capire la crisi della politica se non ci si riferisce al più ampio quadro sociale generale, di cui la politica è parte integrante. Ciò significa che al fine di chiarire la natura di questa crisi che persiste e diventa sempre più profonda, in tutto il mondo, dobbiamo focalizzare l’attenzione sulla crisi del sistema del capitale in sé. Perché la crisi del capitale che stiamo vivendo – almeno fin dai primi anni settanta (19) – è una crisi strutturale e onnicomprensiva.

Vediamo in maniera quanto più possibile breve, le caratteristiche che definiscono la crisi strutturale in cui siamo immersi.

La novità storica della crisi odierna si manifesta con quattro aspetti principali:
1 – ha un carattere universale e non solo limitato a un settore particolare (per esempio finanziario, o commerciale, o di un qualche ramo produttivo, o relativo a un qualche tipo di lavoro, con i suoi specifici gradi di produttività e di capacità, ecc.);
2 – il suo scopo è autenticamente globale (nel senso più minaccioso del termine) e non resta confinato a un particolare gruppo di paesi (come lo sono state le crisi più importanti del passato);
3 – la scala temporale è estesa, continua – se volete, permanente – e non limitata o ciclica, come le crisi precedenti; 
4 – il modo di svolgimento si potrebbe definire strisciante – e contrasta con i crolli e le tempeste drammatiche e spettacolari del passato – ma bisogna sottolineare che non si possono escludere per il futuro convulsioni altrettanto violente e veementi, quando la macchina complessa oggi impegnata nella gestione della crisi e nella dislocazione più o meno temporanea delle maggiori contraddizioni comincerà a ingripparsi… 

A questo punto è necessario precisare alcuni punti generali sui criteri di una crisi strutturale, e sulle forme in cui si possono prospettare delle soluzioni.

Per usare termini semplici e generali, una crisi strutturale tocca la totalità di un complesso sociale, in tutte le relazioni con le sue parti costitutive o sub-complessi, e con gli altri complessi cui è collegato. Una crisi non strutturale invece tocca soltanto una parte del complesso in questione, e quindi non importa quanto possa essere grave rispetto alle parti interessate, giacché non mette a rischio la continuità  della struttura generale.

La dislocazione delle contraddizioni è dunque possibile solo in caso di crisi parziale, relativa e gestibile all’interno del sistema, che richieda solo adattamenti – anche se ampi – entro il sistema rimasto relativamente autonomo. Una crisi strutturale invece mette in questione proprio l’esistenza di tutto il complesso interessato, ponendo l’esigenza di superarlo e sostituirlo con un complesso alternativo.

Si può esprimere questo contrasto anche nei termini dei limiti che ogni specifico complesso sociale incontra nella sua immediatezza, in ogni tempo dato, oltre il quale esso non può andare. Una crisi strutturale quindi non riguarda i limiti immediati ma i limitiultimi di una struttura globale… (20)

Nulla ovviamente è più grave della crisi strutturale del modo di riproduzione metabolico-sociale del capitale che definisce i limiti ultimi dell’ordine stabilito. Ma anche se profondamente grave in tutti i suoi parametri importanti, la crisi strutturale può avere un’apparenza non così grave e decisiva, se paragonata alle vicende drammatiche di una grande crisi congiunturale. Le crisi congiunturali si scaricano con “tempeste” che in maniera quasi paradossale contribuiscono anche a risolverle, almeno in qualche misura, in base alla situazione esistente. E ciò risulta possibile appunto per il carattere parziale di tali crisi, che non mettono in questione i limiti ultimi della struttura globale stabilita. Nello stesso tempo e per la stessa ragione, peraltro, i problemi strutturali di fondo che stanno alla base di tali crisi – e che necessariamente si riaffermano di continuo come crisi congiunturali specifiche – vengono risolti in maniera rigorosamente parziale e anche limitata nel tempo. Cioè fino alla successiva crisi congiunturale che si disegnerà sull’orizzonte sociale.

Per contrasto, data la natura complessa e prolungata della crisi strutturale, che si svolge nel tempo storico ma in un senso epocale e non episodico o istantaneo, è l’interrelazione cumulativa del complesso che decide la questione, perfino sotto una falsa apparenza di “normalità”. Giacché nella crisi strutturale la posta in gioco è tutto il complesso, compresi i limiti ultimi e onnicomprensivi dell’ordine dato e in cui non può esistere un caso particolare “simbolico o paradigmatico”. Se non si capiscono il nesso generale sistemico e le conseguenze degli avvenimenti particolari, si perdono di vista i cambiamenti realmente significativi e le leve di un potenziale intervento strategico in grado di agire positivamente su di essi, nell’interesse della necessaria trasformazione del sistema. La nostra responsabilità sociale esige quindi un coscienza critica priva di compromessi e attenta all’interrelazione cumulativa emergente; non dobbiamo adagiarci in comode sicurezze sulla nostra illusoria normalità, ad aspettare che la casa ci crolli sulla testa.

Data la crisi strutturale del capitale del nostro tempo, sarebbe proprio un miracolo se essa non si manifestasse – e in senso amplio e profondo – nel campo della politica. La politica, infatti - insieme con la struttura giuridica che vi corrisponde – occupa una posizione particolarmente importante nel sistema del capitale. Lo Stato moderno infatti è la struttura politica totalizzante di comando del capitale, necessaria (fintanto che esisterà l’ordine riproduttivo attualmente stabilito) per introdurre qualche misura dicoesione (o di unità effettivamente funzionante) – anche se piena di problemi e periodicamente infranta – fra la molteplicità di elementi costitutivi centrifughi (il “microcosmo” produttivo e quello distributivo) del sistema del capitale.

Questo tipo di coesione non può che essere instabile, perché dipende dal rapporto di forze, che è sempre mutevole per sua stessa natura. Quando la coesione si spezza, per un cambio significativo nei rapporti di forza, si può ricostituire in qualche maniera, così da corrispondere ai nuovi rapporti di forza. Finché cioè non viene di nuovo spezzata. E va avanti così, se ne può stare sicuri. Questo genere di dinamica, che si autorinnova in maniera tanto problematica, si applica sia alla vita interna, fra le forze dominanti dei singoli paesi, sia internazionalmente, esigendo periodici aggiustamenti in base ai nuovi rapporti di potere fra i molteplici Stati che compongono l’ordine globale del capitale. Così appunto il capitale USA è riuscito ad acquistare il predominio globale nel ventesimo secolo, in parte mediante la dinamica interna del proprio sviluppo, e in parte affermando progressivamente la sua superiorità imperialistica sulle altre ex grandi potenze ormai indebolite – soprattutto la Francia e l’Inghilterra – durante e dopo la seconda guerra mondiale.

A questo proposito il grande interrogativo è: quanto tempo può durare questa coesione, basata su continue rotture e ricostituzioni del sistema, senza attivare la crisi strutturale del capitale? Gli aggiustamenti forzati nei rapporti di forza fra Stati non sembra costituire un limite ultimo in questo senso. Dopo tutto dobbiamo ricordare che l’umanità ha dovuto sopportare – e ha sopportato – gli orrori di due guerre mondiali senza mettere in questione il capitale come controllo sistemico della nostra riproduzione metabolico-sociale. Si potrebbe considerare questo non solo comprensibile ma ancor peggio accettabile, perché appartiene sempre alla normalità del capitale decidere che “bisogna fare la guerra se non si può piegare  l’avversario in altra maniera”. Il problema è che questo “ragionamento” – che non è mai stato “ragionato” ma è l’asserzione categorica che “il potere è dovere, succeda quel che succeda” – è diventato ora totalmente assurdo. Una terza guerra mondiale non si fermerebbe nel momento in cui l’avversario venisse vinto. Porterebbe alla distruzione di tutta l’umanità. Quando chiesero a Einstein con che armi sarebbe stata combattuta la terza guerra mondiale, rispose che non lo sapeva, ma sapeva perfettamente che le guerre successive sarebbero state combattute con le clave.

Nel sistema del capitale, la politica ha sempre avuto un ruolo importante nel ricostituire la coesione necessaria. Molto semplicemente, senza la politica il sistema non potrebbe reggersi e tenderebbe a cadere a pezzi per impulso della forza centrifuga dei suoi elementi costitutivi. Ciò che nella normalità del capitale appare come una grande crisi politica, è dovuto in ultima istanza alla necessità di produrre una nuova coesione a livello societario generale, in coerenza con i nuovi rapporti di forza, materialmente mutati o in via di mutamento. Per esempio, tendenze di sviluppo di tipo monopolistico non possono evitare di produrre gravissimi problemi in tutti i settori, che possono essere riportati entro una struttura relativamente coesiva solo a opera della politica – la struttura di comando totalizzante del capitale. E ciò va fatto anche se poi in realtà i provvedimenti adottati non sono altro che tonanti razionalizzazioni ideologiche e giustificazioni dei nuovi rapporti di forza, da modificare ulteriormente a favore della grandi corporationmonopolistiche o quasi, appena il trend economico lo richieda. Naturalmente, gli sviluppi monopolistici internazionali avvengono sulla base di uno stesso genere di determinazioni. Ma tutti questi processi sono in via di principio compatibili con la normalità del capitale, e non portano necessariamente a una crisi strutturale del sistema. E neppure a una crisi strutturale della politica. Perché, finché si parla di crisi, si tratta di crisi nella politica – cioè crisi particolari che si sviluppano e si risolvono entro i parametri gestibili del sistema politico stabilito – e non di crisi della politica.

Le istituzioni politiche esistenti hanno l’importante funzione di gestire, e in un certo senso far rientrare nella routine, le forme più adatte e stabili per ricostituire la coesione sociale necessaria, in base agli sviluppi materiali in corso e ai rapporti di forza che vi corrispondono, attivando anche tutto l’arsenale culturale e ideologico disponibile, per raggiungere questo scopo. Nelle società capitalistiche democratiche questo processo politico viene gestito con la forma di elezioni parlamentari periodiche, più o meno contestate. Anche se la necessità di aggiustamenti non si può contenere entro tali parametri, dati i cambi importanti che intervengono nei rapporti di forza, portando con sé interventi politico-militari di tipo dittatoriale, si può ancora parlare di crisi nella politica, che il capitale può dominare purché prima o poi si ritorni alla “costituzionalità democratica” caratteristica della normalità del capitale. Inoltre, tali avvenimenti sono il più delle volte controllati dall’estero, come dimostrano i numerosi casi di dominio autoritario sperimentati in America Latina, su ispirazione e sotto controllo degli Stati Uniti.

Si tratta naturalmente di qualcosa di molto diverso se i processi e le tendenze di sviluppo di tipo autoritario cominciano ad affacciarsi non nelle regioni subordinate ma nel nucleo interno – nelle parti strutturalmente dominanti – del sistema globale del capitale. In questo caso il sistema dei “due pesi e due misure” che consiste nel dominare (anche militarmente e imperialisticamente) ferreamente gli altri paesi, ma mantenere all’interno le “regole democratiche”, compresa la piena osservanza della legalità costituzionale, questo sistema dicevamo diventa insostenibile. E’ un’aspirazione sistemica del capitale quella di dislocare le contraddizioni, finché lo si può fare. Data l’esistenza di gerarchie strutturali che vanno rispettate in ogni momento anche nelle relazioni interstatuali, è parte della normalità del sistema che i paesi dominanti cerchino di esportare – in forma di interventi violenti, compresa la guerra -  le loro contraddizioni interne in altre zone del sistema, meno potenti. E lo fanno sperando di garantire all’interno la necessaria coesione sociale, e in mezzo a scontri sempre più  gravi che travolgono i confini di classe.

Ma nella misura in cui il sistema del capitale diventa sempre più interconnesso a livello globale, il processo diventa sempre più difficile, malgrado tutta l’utile mitologia creata intorno alla “globalizzazione benefica per tutti”. Ne devono risultare mutamenti significativi, con serie conseguenze che si ripercuotono ovunque. Perché la preoccupazione principale della potenza dominante – oggi gli Stati Uniti d’America – è di mantenere il controllo sul sistema globale del capitale, come supremo potere di imperialismo egemonico globale. Ma dati i costi proibitivi in termini materiali e umani che bisogna pagare in qualche maniera, questo disegno di dominio globale comporta inevitabilmente immensi pericoli e grandi resistenze, non solo internazionali ma anche interne. Per questa ragione, allo scopo di mantenere il controllo autoritario del sistema del capitale nel suo complesso, in una condizione di crisi strutturale sempre più profonda oggi inseparabile dalla globalizzazione capitalistica, l’inequivocabile tendenza autoritaria deve intensificarsi non solo sul piano internazionale, ma anche all’interno dei paesi imperialisti dominanti, per stroncare ogni possibile resistenza. Le gravi violazioni della legalità costituzionale che abbiamo già visto negli Stati Uniti e nella struttura giuridico-politica dei suoi alleati più stretti, e quelle che vedremo con ogni probabilità nel futuro e che oggi possiamo presagire in base ai provvedimenti già decisi o presi in “considerazione” da parte di apparati legislativi cinicamente manipolati, indicano con chiarezza questa pericolosa tendenza, sotto l’impatto della crisi strutturale del capitale.

Un chiaro esempio di manipolazione legislativa tendenziosa è la maniera in cui il governo redige alcune leggi importanti. Non sorprende perciò che un giudice della Suprema Corte inglese abbia dovuto avanzare proteste circa un importante problema di diritti umani dicendo che “le leggi approvate sono state redatte in modo da impedire ai tribunali di intervenire… Il giudice dice che Charles Clarke (l’allora ministro dell’interno) ha deciso di emettere l’ordine sulla base di informazioni unilaterali, ma non è riuscito a prevedere le circostanze che potevano permettere al tribunale di annullare l’ordine in questione, anche se contravveniva le leggi sui diritti umani” (21).

Nel periodo immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale, si celebrò la “fine dell’imperialismo” in maniera forse affrettata e ingenua. In realtà abbiamo visto solo un lungo processo di aggiustamento nei rapporti di forza internazionali, coerentemente con la maniera in cui sono stati rimodellati i rapporti di potere socioeconomico e politico prima e durante la seconda guerra mondiale. Lo aveva previsto il presidente Roosevelt,  in un passaggio del suo primo discorso inaugurale, quando auspicava la politica delle “porte aperte” ovunque, anche nei territori allora coloniali. In seguito agli aggiustamenti postbellici le ex potenze coloniali sono state relegate in seconda e terza fila, come forze subordinate dell’imperialismo americano. Tuttavia, per un certo numero di anni – nel periodo postbellico di ricostruzione e di espansione economica relativamente indisturbata, che permise di creare e finanziare lo Stato sociale – il cambiamento importante introdotto con la “politica della porta aperta” imposta a forza (aperta agli Stati Uniti, naturalmente) si accompagnava all’illusione che anche l’imperialismo fosse stato relegato nel passato per sempre. Vi era inoltre un’ideologia ampiamente diffusa, che aveva permeato non solo gli intellettuali ma anche alcuni importanti movimenti della sinistra tradizionale, secondo cui anche le crisi dell’ordine socioeconomico e politico stabilito appartenevano irrimediabilmente al passato. L’ideologia era fondata – insieme con quella che proclamava “la fine delle ideologie” – sul gratuito postulato che ormai si viveva nell’era del “capitalismo organizzato”, capace di dominare perfettamente le proprie contraddizioni.

Il risveglio fu amaro, anche sul piano politico e ideologico, quando la crisi strutturale del sistema del capitale si riaffermò in forma onnicomprensiva e radicale. Nel 1987, al momento di una grande crisi borsistica internazionale, i banchieri europei affermarono pubblicamente alla televisione che la causa della crisi era il rifiuto degli Stati Uniti a prendere idonei provvedimenti per il loro debito astronomico. I banchieri americani replicarono aggressivamente che se gli Stati Uniti avessero iniziato a far qualcosa per il loro debito, si sarebbe visto quale enorme crisi sarebbe scoppiata. E in una qualche maniera avevano ragione. Era molto ingenuo immaginare che l’Europa potesse evitare l’impatto della crisi strutturale cronicamente irrisolta di cui il debito USA era solo un aspetto, ma che implicava la complicità interessata dei paesi creditori, coinvolti nelle operazioni

Negli ultimi due decenni abbiamo visto il risorgere di un aperto imperialismo pieno di spirito di vendetta, dopo che per molto tempo era rimasto mascherato come mondo postcoloniale di “democrazia e libertà”. E nella nuova situazione ha assunto una forma particolarmente distruttiva. Esso ora domina la scena storica, insieme con l’aperta affermazione della necessità di impegnarsi – nel presente e nel futuro – in “guerre illimitate”. Inoltre, come abbiamo già detto prima, non si perita di decretare la “liceità morale” dell’uso di armi nucleari – in modo preventivo e preferenziale - perfino contro paesi che non posseggono tali armi.

Fin dal sorgere della crisi strutturale del capitale nei primi anni settanta, i gravi problemi del sistema si sono accumulati e deteriorati in ogni settore, non ultimo in quello della politica. Anche se, in contrasto con l’evidenza, si continua a propagandare in ogni modo il mito di una “globalizzazione benefica per tutti”, non esistono organismi politici internazionali in grado di modificare le conseguenze negative chiaramente visibili della tendenza attuale. Perfino il limitato potenziale delle Nazioni Unite viene annullato dalla decisione americana di imporre l’aggressiva politica di Washington a tutto il mondo, come è accaduto per la guerra all’Iraq, iniziata sulla base di false informazioni.

Agendo in questa maniera, il governo degli Stati Uniti si è arrogato arbitrariamente il ruolo immutabile di governo globale del sistema del capitale nel suo complesso, senza esser affatto toccato dal pensiero del necessario insuccesso ultimo di tale progetto. Perché non basta affatto disporre di una “forza soverchiante”, come predica la dottrina militare dominante, non basta distruggere l’esercito avversario e infliggere immensi “danni collaterali” a intere popolazioni. L’occupazione e il dominio permanente dei paesi attaccati è una questione completamente diversa. Immaginare che anche la maggior superpotenza possa farlo, imponendolo come “normalità” a tutto il mondo, e ponendolo come base immutabile del “nuovo ordine mondiale” è una posizione totalmente assurda.

Purtroppo da molto tempo gli eventi puntano in quella direzione. Non è stato il presidente Bush, bensì Bill Clinton a dichiarare con arroganza che “un’unica nazione è necessaria, gli Stati Uniti d’America”. I “neo-con” hanno voluto sostenere e mettere in pratica questa convinzione. Ma anche i cosiddetti “liberali” non hanno saputo predicare alcun credo più positivo. Essi lamentano che oggi esistono “troppi Stati”, e auspicano una “integrazione giurisdizionale” (22) come soluzione del problema. Ma quel che chiamano grottescamente “integrazione giurisdizionale”, in realtà è la pseudo legittimazione di un controllo autoritario diretto da parte di una manciata di potenze imperialistiche, prima fra tutti gli Stati Uniti. Questa tesi, a dispetto della sua terminologia fumosa, non è molto diversa dalle idee espresse dal signor Barnett circa le condizioni di “sganciamento” che citavo all’inizio.

Se oggi ci sono “troppi Stati”, non è che si possano far sparire d’incanto. E neppure si possono distruggere militarmente per instaurare la felicità globalizzata della “nuova normalità”. Non si possono reprimere indefinitamente gli interessi nazionali legittimi. I popoli d’America Latina ne sono testimoni.

La crisi strutturale della politica è parte integrante della lunga crisi strutturale che infetta il sistema del capitale. E’ onnipresente, e non si può quindi risolvere tentando di arginarne in maniera apologetica qualche isolato aspetto politico. E tanto meno inficiando la legittimità costituzionale di base, come abbiamo visto in vari casi allarmanti. E neppure sovvertendo e abolendo la legittimità costituzionale stessa. Se i giudici dell’Alta Corte inglese e i magistrati italiani protestano di fronte a tali tentativi, malgrado l’aggressività di tutti i Berlusconi del caso, che li denunciano perfino tre giorni prima delle elezioni generali (23), anche noi dobbiamo fare lo stesso, con consapevolezza critica della posta che è in gioco. Il nostro modo di controllo metabolico sociale è in una crisi profonda, e si può risanare solo istituendone uno radicalmente diverso, basato su un’eguaglianza sostanziale che oggi per la prima volta nella storia è concretamente raggiungibile. Molti criticano giustamente gli insuccessi dolorosamente evidenti della politica parlamentare. Ma anche a questo proposito, se è necessario ripensare presente e passato del parlamentarismo, non si può giungere a risultati sostenibili se non si pone il fatto in un ambito più ampio, come parte integrante di un nuovo ordine sociale, inseparabile dalle esigenze di eguaglianza sostanziale. Oggi molti concordano che il nostro ordine metabolico sociale – per la sua distruttività sul piano ambientale, come in quello della produzione e dell’accumulazione di capitale, per non parlare delle manifestazioni dirette della più irresponsabile distruzione militare – non è sostenibile a lunga scadenza. La nostra coscienza critica deve saper vedere con chiarezza non solo le tendenze di sviluppo e il loro impatto cumulativo, ma anche il fatto che la lunga scadenza sta diventando oggi sempre più breve. E’ nostra responsabilità fare qualcosa prima che sia troppo tardi.

Note

1 – Conferenza tenuta a Maceio, Brasile, il 4 maggio 2006, all’apertura del 13° Congresso nazionale della magistratura del lavoro.
2 – The Alternative to Capital’s Social Order: Socialism or Barbarism, Bagchi & Co., Kolkata, 2001, p. 39; Monthly Review Press Edition, p. 40.
3 – “Seymour Hersh afferma che una delle opzioni prevede l’uso di un’arma nucleare tattica, come la B61-11, per garantire la distruzione dell’impianto nucleare iraniano di Natanz”, Sarah Baxter, Gunning for Iran, in “The Sunday Times”, 9 aprile 2006.
4 - La lettera, che porta la data del 17 aprile 2006, insieme con gli indirizzi e-mail dei firmatari, si trova su htpp://www.globalreasearch.ca. Questa iniziativa era stata preceduta nell’autunno del 2005 da una petizione firmata da più di 1800 fisici che ripudiavano la nuova politica nucleare USA, che prevede l’uso di armi nucleari contro avversari non-nuclearizzati.
5 – John Pilger ha giustamente criticato il primo ministro Tony Blair per questo, scrivendo: “Blai ha dimostrato il suo gusto per il potere assoluto, usando la Royal Prerogative per bypassare il Parlamento e andare alla guerra”. L’articolo è stato pubblicato sul “New Statesman” del 17 aprile 2006. Possiamo anche aggiungere che strumenti come la Royal Prerogative a altri analoghi in altre costituzioni sono stati inventati proprio allo scopo di essere violati, per offrire una via di fuga dai vincoli democratici in caso di difficoltà, invece di estendere i poteri di decisione per via democratica, come dovrebbe essere in caso di grave crisi.
6 – Dall’articolo di Sarah Baxter citato.
7 – Thomas P. M. Barnett, autore di The Pentagon’s New Map: War and Peace in the Twenty-First Century, New York, 2004.
8 – Richard Peet, Perpetual War for a Lasting Peace, in “Monthly Review”, gennaio 2005, pp. 55-56.
9 – Max Boot, Savage Wars of Peace (titolo tratto da Rudyard Kipling, Il fardello dell’uomo bianco), citato in The Failure of Empire, rivista del mese degli editori della “Monthly Review”, gennaio 2005, p. 7.
10 – Edizione Boitempo (Sao Paulo) di O século XXI, socialismo ou barbarie, p. 10.
11 – “Le trascrizioni dimostrano la mano del n. 10 nel parere legale sulla guerra”, in “The Guardian”, 24 febbraio 2005. Bisogna menzionare a titolo di chiarimento che la prima opinione espressa da Lord Goldsmith era molto scettica circa la legalità della guerra prevista.
12 – Philippe Sands, Lawless World: America and the Making and Breaking of Global Rules, Londra, 2005.
13 – John Mortimer, “Non posso credere che un governo laburista potesse essere così pronto a distruggere le nostre leggi, la nostra libertà di parole e le nostre libertà civili”, in “The Mail on Sunday”, 2 ottobre 2005.
14 – “Terror Law an Affront to Justice”, in “The Guardian”, 13 aprile 2006.
15 - “John Pilger sees freedom die quietly”, in “New Statesman”, 17 aprile 2006. 
16 – “Japan Press Weekly”, edizione speciale, marzo 2006, p. 26.
17 – Manuel Marulanda Vélez, Carta enviada pelo lider historico das FARC da Colombia a Alvaro Leyva, candidato as Eleiçoes Presidenciais marcadas para 24 de Maio de 2006, in resistir.info, aprile 2006.
18 – Ibidem.
19 – Nel novembre del 1971, nella prefazione alla terza edizione di Marx’s Theory of Alienation, ho scritto che gli avvenimenti in corso “sottolineavano in maniera drammatica l’intensificarsi della crisi globale strutturale del capitale”.
20 – La citazione è tratta dalla sezione 18.2.1 di Beyond Capital, pp. 680-682. Nel libro, al capitolo 18, la questione è discussa in maniera molto più dettagliata.
21 – “Terror Law an Affront to Justice” cit. Un altro articolo nello stesso numero di “The Guardian”, scritto dalla corrispondente politica Tania Branigan, affermava che “I critici protestano perché la legge di riforma legislativa darebbe al governo la facoltà di cambiare quasi ogni legge, a suo arbitrio, anche introducendo nuove figure criminali o cambiando la Costituzione senza alcuna votazione… I Tories e i liberaldemocratici l’hanno definita “la legge di abolizione del voto parlamentare”.
22 – Martin Wolf, Why Globalization Works?, Yale University Press, New Haven, 2004.
23 – Vedere “La Repubblica” del 7 aprile 2006, e in particolare l’articolo di Giorgio Ruffolo, “Un paese danneggiato”.