“Tres pasiones, simples, pero abrumadoramente intensas, han gobernado mi vida: el ansia de amor, la búsqueda del conocimiento y una insoportable piedad por los sufrimientos de la humanidad. Estas tres pasiones, como grandes vendavales, me han llevado de acá para allá, por una ruta cambiante, sobre un profundo océano de angustia, hasta el borde mismo de la desesperación” — Bertrand Russell

15/10/14

L'Europa dei partiti socialisti senza socialismo

“Quel che comunemente si chiama obbiettivo finale del socialismo è nulla, il movimento è tutto”

Paolo Favilli
Nella parte conclusiva di un ponderoso libro edito alla metà degli anni Novanta, più di mille pagine dedicate ad un secolo di storia del socialismo europeo, l’autore, Donald Sassoon, ipotizza la possibile scomparsa del «progetto socialista». Precisa, però, che «i partiti socialisti sopravvivranno»1 perché i partiti possono diventare del tutto autonomi rispetto alle ragioni che li hanno fatti nascere. Si tratta di un’asserzione del tutto condivisibile, ma che mi pare produca difficoltà ed incertezze sui lineamenti del «mutamento» rispetto ad alcuni lineamenti argomentativi del volume. Tale asserzione rimanda con facilità a quel fenomeno di trasformazione politica che è stato chiamato «mutamento genetico», con tutte le ambiguità che vi sono connesse.

Questa metafora, infatti, si presta ad interpretazioni molto diverse tanto dei processi che degli esiti del mutamento. L’espressione è da molto tempo (alcuni decenni ormai) di uso comune a vari livelli della pubblicistica. Indubbiamente suggerisce un mutamento molto radicale, ma nello stesso tempo può anche suggerire un’evoluzione secondo modelli naturalistici. Sono, appunto, anche le ambiguità del libro.

La fine del XX secolo ci consegna partiti socialisti senza socialismo.

Quei partiti, però, afferma Sassoon, «non poterono fare altrimenti». In fondo si sono limitati a seguire «le orme dei loro predecessori». «Spiegarono e giustificarono la loro riforma della dottrina socialista usando il criterio guida di tutti i socialisti: la trasformazione del capitalismo. Ciò è quanto aveva proposto Bernstein nel 1890: un socialismo evolutivo da accompagnare a un capitalismo evolutivo» 2.

Ritornerò tra poco su questa teorizzazione di continuità metodologica tra Eduard Bernstein e, ad esempio, Gerhard Schröder per rimanere in ambito Spd. Che il polimorfsmo del capitalismo storico sia aspetto fondamentale anche della multiforme attività revisionistica dei socialismi è, con tutta evidenza, un’ovvietà. Lo storico Giorgio Spini ha espresso il concetto in questi termini: «voglio pensare che il capitalismo e il socialismo siano una sorta di fratelli nemici, nati da una stessa matrice eppure sempre in lotta fra di loro»3. Un’impostazione da cui è possibile trarre due indicazioni del tutto condivisibili: 1) nella prospettiva della rilevanza dei mutamenti storici socialismo e capitalismo nascono dalla medesima accelerazione della modernità; 2) è assai problematico pensare un capitalismo privo di antitesi, privo di una teoria e di una pratica critica, cioè di quell’insieme che nella storia si è chiamato «socialismo». Ora, invece, pare essersi avverato l’auspicio di quel conservatore inglese che, in tempi pretatcheriani, aveva sostenuto la necessità di «lasciare ai laburisti un’unica possibilità per tornare al governo: quella di smettere di essere socialisti»4. Una realtà che ormai caratterizza, in modi solo marginalmente diversi, tutte le espressioni dei partiti socialisti (o assimilati) rappresentati nel Partito Socialista Europeo.

Il processo di «mutazione», insomma, ha «superato» la lunga fase della dialettica continua tra forme del capitalismo e forme del socialismo. Una dialettica in cui, certamente, il prius è rappresentato (come sempre del resto) dalle trasformazioni necessarie del capitalismo. Necessarie per le logiche interne del processo di accumulazione e per la pressione esterna che limita, in certi periodi in maniera sostanziale, il controllo politico e sociale, di per sé illimitato, sul processo di produzione e di distribuzione. Il mutamento altrettanto necessario del socialismo non si configurava come forma di adesione/mimetizzazione al primum movens capitalistico, bensì come ricerca della forma più efficace per contrastarne, nelle nuove condizioni, proprio le ragioni strutturali della tendenza all’illimitatezza. E dunque non può essere invocata nessuna continuità sostanziale con il secolo e mezzo di storia del movimento operaio e socialista. In genere si è scomodato Bernstein (lo ha fatto anche Sassoon, come abbiamo visto,) per indicare l’inizio del processonaturale che avrebbe portato alla finale «mutazione genetica». Da Bernstein a Schöreder insomma, secondo la linea cui ho fatto sopra riferimento.

Riflettere sugli esiti di partito socialista senza socialismo della Spd significa entrare nel cuore della vicenda socialista europea. Se si esclude l’esperienza inglese tutti i partiti socialisti europei hanno, con specificità nazionali, introiettato il modello Spd. Ed alla fine l’esperienza inglese e quella tedesca si sono ricomposte nei destini paralleli di Blair e Schröder.

Eduard Bernstein si è visto assegnare il posto più alto nel Pantheon dei precursori dei socialisti senza socialismo. Alcuni libri di uomini politici più o meno autorevoli hanno costruito il piedistallo ed un numero altissimo e continuo di interventi pubblicistici ha teso ad innalzarlo e consolidarlo. Come quasi sempre succede nell’uso pubblico, la storia come sapere critico è stata la prima vittima dell’operazione.

Il personaggio Bernstein si rivela particolarmente adatto al ruolo scelto per lui dal «neoriformismo», cioè del rovesciamento del riformismo storico. Protagonista di un aspro dibattito che lo vede isolato non solo nei confronti degli «ortodossi» e dei «rivoluzionari» (Kautsky, Luxemburg), ma anche nei confronti di altri importanti «riformisti» (Jaurès, Turati), può agevolmente essere presentato come il precursore incompreso per decenni a cui la storia ha poi finito per dare ragione. Ed inoltre, anzi soprattutto, la famosa frase: «Quel che comunemente si chiama obbiettivo finale del socialismo è nulla, il movimento è tutto», è diventata la chiave per aprire orizzonti insospettati.

Si comprende agevolmente la ragione per cui a questa frase, diventata ormai un aforisma del tutto decontestualizzato, si faccia riferimento continuo in tutte le teorizzazioni del nuovo riformismo. L’aforisma permette di far lumeggiare un nobile ed antico percorso, un inizio legato ad un padre della socialdemocrazia più importante d’Europa, erede del lascito scientifico di Friedrich Engels, e padre anche del riformismo più moderno. Nello stesso tempo, visto che «movimento è tutto», il riformismo può svolgersi in uno spazio totalmente libero, non gravato né da radici solide, né da progetti di società che abbiano una qualche definizione. Alla prova della contestualizzazione della frase in questione, alla prova di un minimo di attenta lettura testuale, però, la proposizione del nobile ed antico percorso appare davvero problematica.

Vi sono testi di estrema complessità, costruiti attraverso sistemi concettuali che rimandano a teorie in costruzione, ad equilibri tra linguaggi che incrociano scienze sociali diverse. Alcuni testi di Marx hanno queste caratteristiche ed è quindi comprensibile che il loro studio produca un’ermeneutica con forti differenziazioni interpretative. I presupposti del socialismo… si pone su tutt’altro piano e non sembra dover produrre grosse difficoltà interpretative. È vero che nessuno scritto è di per sé trasparente, è vero che tutti i testi vanno letti controluce, ma le variazioni cromatiche non sono indifferenti allo spessore che il raggio deve attraversare.

Le divaricazioni che si sono prodotte in tempi relativamente recenti e che si producono ancora oggi, sono dovute alla riproposizione non mediata delle polemiche espresse nel corso della Bernstein-Debatte, rimodellate (appena) sulle necessità politiche del presente. Così i «marxisti manichei» in periodi di scarsa fortuna per il riformismo hanno ripreso i motivi della polemica dei «rivoluzionari» d’inizio secolo contro Bernstein. Così ora i nuovi socialisti riprendono quegli stessi motivi con segno rovesciato, e li ricompongono nell’afflato liberatorio di un «movimento» che «è tutto».

Ne I presupposti del socialismo… Bernstein intende rompere senza alcuna ambiguità con il «rivoluzionarismo» della Spd e di tanta parte del socialismo internazionale. Un rivoluzionarismo che è intimamente connesso al marxismo ortodosso, al marxismo identitario. Connesso soprattutto tramite «catastrofsmo» e «teoria del crollo», che producono, sul piano politico, indulgenza verso forme di blanquismo. In particolare producono sistematica sottovalutazione del percorso democratico e della democrazia in sé. La democrazia invece «è al tempo stesso mezzo e scopo. È il mezzo della lotta per il socialismo, ed è la forma della realizzazione del socialismo». «Il principio della democrazia - avverte però Bernstein - è la soppressione del dominio di classe» 5. Un aspetto questo su cui gli odierni apologeti di Bernstein preferiscono sorvolare.

Se la critica nei confronti del marxismo identitario è radicale, molto più complesso il rapporto con l’eredità teorica marxiana con la quale non è ipotizzata alcuna rottura. A tale scopo Bernstein separa nettamente quella che chiama «scienza pura del socialismo marxista», dalle pratiche identitarie. Gli elementi costitutivi della scienza pura sono a) concezione materialistica della storia, b) teoria della lotta di classe e dello sviluppo capitalistico c) teoria del plusvalore. Nei confronti di questo imponente complesso teorico Bernstein adotta un approccio abbastanza inconsueto all’epoca. Non considera cioè la costruzione marxiana come una sistematica, ma si misura con gli sviluppi interni della teoria, ne segue il modificarsi nel tempo, ne sottolinea i mutamenti ed infine si trova ad accettarne la «formulazione matura»6. Risulta in genere che «una volta eliminati gli elementi sicuramente erronei, alla fine, per dirla con Lassalle, è sempre Marx che ha ragione contro Marx»7. Persino nella controversa teoria del valore8.

«Io parlo espressamente di passaggio dalla società capitalistica alla società socialista» 9, afferma con nettezza Bernstein, e del resto non poteva fare diversamente chi condivideva la teoria dello sviluppo capitalistico. In che senso dunque il «movimento è tutto» ed il fine è nulla? L’antico allievo di Engels lo spiega con estrema chiarezza: «E l’obiettivo finale? Ebbene, rimane appunto obiettivo finale. La classe operaia… non ha utopie bell’e pronte da introdurre per decreto popolare. Essa sa che per raggiungere la propria emancipazione e, al tempo stesso, quella superiore forma di vita verso cui la società odierna tende irresistibilmente in virtù del suo stesso sviluppo economico, essa dovrà affrontare lunghe lotte e passare per tutta una serie di processi storici, che trasformano radicalmente uomini e cose. La classe operaia non ha da realizzare alcun ideale; ha soltanto da liberare gli elementi della nuova società che si sono sviluppati nel grembo della società borghese in declino». Questo affermava Marx nella Guerra civile in Francia. Quando scrissi la frase sull’obbiettivo finale, io pensavo proprio a questa affermazione di Marx, non certo in tutti i suoi punti ma nel suo pensiero di fondo 10.
I partiti socialisti senza socialismo avranno, forse, davanti a sé un futuro luminoso, ma per quanto riguarda il passato non possono vantare alcuna eredità bernsteiniana. Anche il fero avversario dell’«ortodosso» Kautsky e della «rivoluzionaria» Luxemburg non appartiene loro né per metodo né per contenuti. Appartiene ad una storia in cui qualsiasi espressione di socialismo non poteva prescindere da una teoria critica del capitalismo.

Lo stesso Bad Godesberg Grundsatzprogramm non è assolutamente inseribile nella temperie del neoriformismo, bensì in quella della Dichiarazione d’intenti del 1951. Nel programma del 1959, vista la peculiarità della situazione tedesca, il silenzio su Marx è scontato. La figura di Marx campeggia sulle insegne del nemico, ed il clima è quello nell’ambito del quale, appena due anni dopo, crescerà il muro di Berlino. Il Programma, però, al di là delle necessarie vaghezze «filosofiche» sulle quali si basa assai spesso il giudizio odierno, è estremamente chiaro per quel che concerne l’idea di società della Spd ed i compiti che la Socialdemocrazia intende assumersi per riformarla in profondità. Per i socialdemocratici tedeschi nel 1959 le tendenze in atto nel mercato autoregolato sono quelle ad una concentrazione economica che si accompagna ad una concentrazione del potere politico, del «potere sugli uomini». La proprietà privata dei mezzi di produzione «ha diritto ad essere protetta» ma solo «fintanto che essa non ostacola la costruzione di un ordine sociale giusto». Compito della socialdemocrazia è quello di «impedire il controllo privato del mercato», e dunque, a tal fine «la proprietà collettiva è una forma legittima di controllo pubblico». Tutto questo per un obbiettivo di società in cui «da subalterno dell’economia, il lavoratore [si trasformi] in cittadino dell’economia»11.

Nel programma di Bad Godesberg, insomma, sono ben presenti lineamenti derivati da due fondamentali aspetti della analisi marxiana: il capitalismo come formazione economico-sociale storica e una teoria critica di quella formazione. Si deve inoltre riflettere sul fatto che gli anni Cinquanta sono quelli in cui sulle socialdemocrazie spira più forte il vento della guerra fredda e quindi anche su tutto ciò che può sembrare abbiano in comune col nemico. Nel corso degli anni Sessanta e poi ancora più apertamente nel clima della «grande contestazione» e dei suoi effetti nel decennio seguente i percorsi che da Marx si dipartono diventeranno molto più numerosi nella cultura e nelle politiche della socialdemocrazia.

La «mutazione genetica» dei partiti socialisti europei, dunque, non è l’esito di un naturale processo evolutivo; la metafora ha bisogno di essere precisata. In natura le mutazioni genetiche possono avere varia tipologia; alcune sono essenziali per lo stesso processo evolutivo. Sono le cosiddette «mutazioni positive», quelle cioè che fanno «progredire» l’organismo oggetto del mutamento. Dal punto di vista dell’analisi sociale e delle culture politiche la definizione del «progresso» è piuttosto problematica. Per quanto riguarda i partiti socialisti come «organismi» possiamo provare a delineare un’ipotesi di «progresso» coerente con la natura di quelle organizzazioni politiche, cioè con le ragioni della loro genesi.

I partiti socialisti non sono nati in un contesto di socialismo generico, di vaghe aspirazioni alla giustizia sociale, sono nati in un contesto sia teorico che pratico all’interno del quale le loro identità si sono costruite tramite strutture dinamiche proiettate sia nel breve che nel lungo periodo. Questo mediante una coniugazione tra fine e mezzi che, come abbiamo visto, Bernstein ha delineato con estrema chiarezza quando ha scelto la via della «mutazione genetica positiva».

Il socialismo tedesco, per riprendere l’archetipo modello, al momento della sua scelta per una particolare forma partito e per il nome che porta ancora oggi (Congressi di Halle, 1890, ed Erfurt, 1891), usò, nel programma, una formulazione particolarmente impegnativa. Il partito si dà una struttura, uno strumentario analitico giustificati solo in relazione alla lotta per «l’emancipazione proletaria». Giustificati, cioè, in relazione a quello che viene solennemente affermato come «il compito storico della socialdemocrazia» 12.

Un’attenzione particolare alla terminologia usata è essenziale per comprendere i caratteri della «mutazione». Non è un caso che il termine «emancipazione» sia pressoché scomparso dal linguaggio dei partiti socialisti, oppure, le rare volte che vi appare, venga usato nella sua accezione più decontestualizzata e generica. Si tratta di un indicatore assai importante del processo inverso a quello della «mutazione genetica positiva». Non dobbiamo dimenticare che nei congressi fondanti la Spd la saldatura profonda tra quelli che nel linguaggio dello scontro politico interno del tempo venivano chiamati «intellettuali del partito», e la componente, assai forte ed autorevole, che rappresentava l’unionismo, avviene sul terreno della comune teoria critica del capitalismo, indipendentemente dai gradi di conoscenza/consapevolezza della complessità del suo tessuto analitico. In tale ambito emancipazione (Emanzipation) si collega ad altri termini come alienazione (Entfremdung), bisogno (Bedürfnis), critica (Kritik), donna (Weib), ebraismo (Judentum), Stato (Staat). Un lessico che connette il concetto di liberazione/emancipazione alla necessità di superare «la tensione e la contraddizione fra l’eguaglianza nel cielo del citoyen e l’ineguaglianza sulla terra del bourgeois»13. E quindi ai processi di modificazione radicale della società (modi di produzione e distribuzione, democrazia reale, ecc.). I soli che possono trasformare le realizzazioni astratte in concreto «recupero dell’uomo» alla propria umanità.

Per i socialdemocratici questo è un «compito storico», vale a dire il fine da perseguire per tutta la fase storica in cui tali «tensioni e contraddizioni» prevalgono. Il linguaggio dei testi fondanti la Spd non può che risentire di un clima in cui non sono immaginabili le catastrofi regressive che apriranno il XX secolo. Sarebbe tuttavia errato immaginare una sostanziale ingenuità rispetto alle difficoltà del percorso tramite cui i socialdemocratici tedeschi pensavano il loro «compito storico». Avevano ben chiaro il fatto del rapporto che legava lo «sviluppo della società borghese moderna» e «le vie pratiche del partito sul terreno di tale società». Nello stesso tempo, però, consideravano la tendenza irrinunciabile a perseguire tutte le forme dell’emancipazione (il fine) «sicura bussola» per orientarsi «sul mare tempestoso e pieno d’insidie [non immaginavano quanto] della lotta di classe moderna»14. «La lotta per l’emancipazione … è la più grande e gloriosa lotta di liberazione che la storia conosca, e il fatto che la socialdemocrazia conduca all’avanguardia questa lotta riscatta secoli di vergogna tedesca». Chi riscatterà la vergogna dei partiti socialisti che «sul mare tempestoso e pieno d’insidie», per la leggerezza del galleggiamento hanno buttato a mare il peso del socialismo?

«Mutazione genetica positiva», la metafora si attaglia con precisione al «compito storico» che la socialdemocrazia si attribuiva. «Mutazione genetica negativa», la metafora si attaglia con precisione agli esiti dei partiti socialisti nell’attuale fase di accumulazione.

Nessun analista serio, solo apologeti, propagandisti, «pugilatori [più o meno] a pagamento», possono negare il dato di fatto. Al massimo, i più consapevoli, possono solo sostenere che a questo non c’erano alternative.

Non è stato forse uno dei teorici principali del New Labour, Antony Giddens, a considerare i «cambiamenti dello stile di vita»15 l’indice più sicuro del simultaneo cambiamento dell’agenda politica? Quale più marcato indice di tale cambiamento tra agenda politica e stili di vita delle vicende di un Blair, che il New Labour lo costruisce, di uno Schroeder che costruisce la Neue Mitte, e le scelte dell’uno per un incarico milionario alla Banca Morgan, e dell’altro per un incarico, sempre milionario, alla Gazprom? Passi altamente coraggiosi, come li definisce la «comunità degli affari»16. Indici quasi perfetti per la «mutazione genetica negativa».

In un recente libretto Donald Sassoon, nei panni dell’intervistatore, chiede a Marx che cosa pensi di Tony Blair. «Davvero devo esprimermi su gente del genere? - fa rispondere a Marx - Dire che la storia li dimenticherà è troppo. Non se ne accorgerà nemmeno» 17.

L’immaginaria risposta dell’autore di Das Kapital coglie certo nel segno in relazione alla statura intellettuale, morale, politica del soggetto in questione e della tipologia blairiana in generale, tipologia che nella decadenza italiana ha trovato un terreno particolarmente adatto di proliferazione. Ma l’importanza storica del blairismo non riguarda la persona bensì, come detto prima, la sua funzione di indicatore. Ad esempio quasi nessuno ha detto con tanta chiarezza che, «nella nuova politica», la differenza tra quelli che erano i «vecchi concetti di destra e sinistra (…) sta nell’apertura o nella chiusura alla globalizzazione»18. Il termine «globalizzazione», con tutta evidenza, viene usato come forma eufemistica di capitale mondiale e quindi il «compito storico» che i nuovi laburisti, i partiti socialisti senza socialismo affidano a se stessi è quello di essere rigorosi battistrada al capitale mondiale. In Europa il loro maggiore contributo a tale compito è stato, ed è, quello di stabilire tra mondo della politica e mondo della comunità degli affari lo stesso rapporto esistente negli Stati Uniti.

Sempre nella citata Intervista immaginaria si chiede a Marx cosa pensi dei meccanismo americani di gestione del potere. «Un fantastico sistema di governo: democrazia truccata, elezioni truccate, sistema politico truccato, circondato da impostori e gretti avvocati. Questo consente al business di svolgere il proprio compito, comprare i candidati, una tangente qui, una tangente là. La gente non è coinvolta. La metà se ne frega di votare. Per l’altra metà la politica è un innocuo divertimento, come guardare Chi vuole essere milionario?». Non si può negare che il sistema di governo europeo (Ue e Stati) non abbia fatto passi da gigante in quella direzione. Non si può negare che i partiti socialisti senza socialismo siano scarsamente impegnati nel conseguire questo loro «compito storico». Non si può negare la chiarezza del segno della «mutazione genetica».

Note

1 D. Sassoon, La sinistra nell’Europa occidentale del XX secolo, Roma, Editori Riuniti, 1997, p. 905.
2 Ivi, p. 878.
3 G. Spini, Le origini del socialismo, Torino, Einaudi, 1992, p. X. Il corsivo è mio.
4 Cit. in S. Halimi, Il grande balzo all’indietro, Roma, Fazi, 2006, p. 289.
5 E. Bernstein, I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, Introduzione di Lucio Colletti, Bari, Laterza, 1968. Le cit. pp. 185 e 187. Il corsivo è mio.
6 Ivi, p. 41.
7 Ivi, p. 48.
8 «Che la teoria marxiana del valore sia esatta o meno, è assolutamente indifferente ai fini della constatazione del pluslavoro. In questo senso essa non è una tesi dimostrativa, ma soltanto uno strumento di analisi e di chiarificazione». La teoria del valore lavoro è una «chiave», «una chiave che, usata dalla mano maestra di Marx, ha portato ad una scoperta e descrizione del congegno dell’economia capitalistica di cui finora nessuno ha uguagliato la profondità, la coerenza e la lucidità». Ivi pp. 81-83.
9 Ivi, p. 189.
10 Ivi, pp. 246-247.
11 Il «Manifesto» di Bad Godesberg, in Per una ripresa del riformismo, a cura di P. Sylos Labini e A. Roncaglia, Roma, l’Unità, 2002, pp. 87-94. Le cit. alle pp. 90-91.
12 F. Mehring, Storia della socialdemocrazia tedesca, (Stuttgart, 1897-1898) Roma, Editori Riuniti, 1961, vol. II, pp. 684 e 701.
13 S. Veca, Non c’ è alternativa. Falso!, Bari, Laterza, 2014.
14 F. Mehring, Storia della socialdemocrazia tedesca, cit., p. 684.
15 Colloquio con Antony Giddens di Annalisa Piras, L’Espresso, 2 novembre 2006.
16 «The business community will applaud this step and consider it highly courageous», By Craig Whitlock and Peter Finn. Washington Post Foreign Service Saturday, December 10, 2005.
17 D. Sassoon, Intervista immaginaria con Karl Marx, Roma, Castelvecchi, 2014.
18 Citazione tra virgolette in Corriere della Sera, 2 dicembre 2007.
http://www.alternativeperilsocialismo.it/

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