Luciano Canfora |
La scena di abbrutimento non potrebbe essere più efficace. E
quel che più conta è la lucida
amarezza con cui Machiavelli vede se stesso in tale condizione e legge l'abbrutimento come sfida alla fortuna («questa malignità di questa mia sorta»): «sendo contento mi calpesti, per vedere se la se ne vergognassi». Parole tante volte citate, nelle quali è racchiuso il convincimento incrollabile dell'autore secondo cui non è possibile accettare che la «fortuna» sia padrona di tutto l'agire umano. Lo dice solennemente nel notissimo capitolo XXV del Principe: «Perché il nostro libero arbitrio non sia spento, iudico poter essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l'altra metà, o presso, a noi».
amarezza con cui Machiavelli vede se stesso in tale condizione e legge l'abbrutimento come sfida alla fortuna («questa malignità di questa mia sorta»): «sendo contento mi calpesti, per vedere se la se ne vergognassi». Parole tante volte citate, nelle quali è racchiuso il convincimento incrollabile dell'autore secondo cui non è possibile accettare che la «fortuna» sia padrona di tutto l'agire umano. Lo dice solennemente nel notissimo capitolo XXV del Principe: «Perché il nostro libero arbitrio non sia spento, iudico poter essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l'altra metà, o presso, a noi».
Ma, «venuta la sera», la scena cambia. Machiavelli si spoglia
«della veste cotidiana, piena di fango e
di loto», indossa panni «reali e curiali» ed entra, leggendo e meditando gli
antichi autori, «nelle antique corti delli antiqui uomini». E qui per
un'intera, straordinaria, pagina mantiene viva la finzione quasi onirica della
visita sua quotidiana ai grandi del passato. Essi lo «ricevono amorevolmente»,
«io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro
azioni; e quelli per loro umanità mi rispondono». Questo dialogo è per lui
totalizzante: in quelle ore di lettura di quegli antichi - scrive - «dimentico
ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi
trasferisco in loro». Il Principe è nato così: dall'«avere inteso» ciò
che è racchiuso in quei libri, e dall'aver dialogato con essi. Il fattore
decisivo è stata la lettura delle opere storico-politiche antiche e la
scrittura che ne è risultata è il frutto di quel dialogo, efficacemente messo
in scena nella lettera.
Naturalmente noi ci rendiamo conto che il dialogo con loro
ha prodotto un pensiero nuovo, ma che comunque scaturisce dalla materia e dalla
riflessione sugli antichi. Non si tratta di subalterno culto del passato o di
soggiogamento classicistico, si tratta della convinzione radicata che in
quell'età remota ci fosse un accumulo di esperienze e di pensieri che aspetta
ancora di essere sfruttato fino in fondo.
L'uso dell'antico modello diventa talvolta immedesimazione
piena («tutto mi trasferisco in loro» aveva scritto al Vettori). Nel libro
primo dei Discorsi(cap. 2) si assiste a un fenomeno che banalmente si può dire
«plagio», ma ovviamente non lo è. Nel descrivere «di quante spezie sono le
repubbliche» il suo dire trapassa, senza che il lettore sia avvertito, nelle
parole di Polibio (libro VI, a lui noto da una traduzione latina). Quelle
pagine lo hanno impressionato perché descrivono lo
sfociare di un modello politico in un altro: che è il suo tema (e il suo cruccio). Ma è la sostanza che ne cava che è nuova: «Nessuna repubblica può essere di tanta vita che possa passare molte volte per queste mutazioni e rimanere in piede». Va ben oltre la morfologia atemporale di Polibio. Anche Denis Lambin, il più versatile umanista francese del tardo Cinquecento, adottò questa tecnica, quando immise nella sua prefazione a Cornelio Nepote prosa di Diodoro e di Cicerone come prosa sua: ma era un omaggio, non più di questo.
sfociare di un modello politico in un altro: che è il suo tema (e il suo cruccio). Ma è la sostanza che ne cava che è nuova: «Nessuna repubblica può essere di tanta vita che possa passare molte volte per queste mutazioni e rimanere in piede». Va ben oltre la morfologia atemporale di Polibio. Anche Denis Lambin, il più versatile umanista francese del tardo Cinquecento, adottò questa tecnica, quando immise nella sua prefazione a Cornelio Nepote prosa di Diodoro e di Cicerone come prosa sua: ma era un omaggio, non più di questo.
In questa pur così feconda procedura che potremmo definire
di «assimilazione-superamento» manca la necessaria presa di distanze dagli
antichi. In Guicciardini quella presa di distanze c'è. Ed è questo che lo rende
più moderno, più vicino a noi. Essa è espressa, in modo esemplare, in un
pensiero (Ricordi, 143) che va a colpire direttamente la fonte stessa del
«dialogo con gli antichi»: le loro opere di storia. Esse - scrive Guicciardini
- «hanno lasciato di scrivere molte cose che a tempo loro erano note,
presupponendole come note». Perciò - osserva - «nelle istorie dei Romani, dei
Greci e di tutti gli altri si desidera la notizia». E ne fornisce una lista
sommaria: «l'autorità e diversità de' magistrati», «i modi della milizia», «la
grandezza della città». Guicciardini ha intuito che è la carenza di questi
elementi che ci fa perdere la nozione della differenza tra noi e gli antichi.
Carenza che spinge alla identificazione, e che induce a pensare attraverso di
loro: sì che soltanto attraverso tale lente deformante si giunge a pensieri
nuovi.
Al contrario, la conoscenza di quei dati materiali (la «grandezza delle città» che significa in particolare conoscenza dell'antica demografia) può far capire - ad esempio - che tra il «governo popolare» degli antichi greci e il nostro c'è incommensurabilità; e che dunque ogni discorso sulla politica dei moderni fatto manovrando i modelli antichi è falso. Nell'opera di liberazione dal «vincolo degli archetipi» la riflessione guicciardiniana occupa un posto importante. Segna davvero un nuovo avvio. Il limite entro cui si contenne Machiavelli fu - in ultima analisi - un freno. Esso è simboleggiato dal celebre «sogno» che Paolo Giovio e altri sostengono abbia fatto Machiavelli pochi giorni prima di morire (giugno 1527). Vide da un lato una folla di cenciosi e dall'altra un gruppo di persone di nobile portamento (Platone, Plutarco, Tacito) le quali «discutevano di repubbliche». I primi - gli fu spiegato - erano quelli che i Vangeli prevedono destinati al regno dei cieli, i secondi all'inferno perché la loro dottrina «inimica est Dei». E a quel punto lui disse: preferisco stare con questi.
Al contrario, la conoscenza di quei dati materiali (la «grandezza delle città» che significa in particolare conoscenza dell'antica demografia) può far capire - ad esempio - che tra il «governo popolare» degli antichi greci e il nostro c'è incommensurabilità; e che dunque ogni discorso sulla politica dei moderni fatto manovrando i modelli antichi è falso. Nell'opera di liberazione dal «vincolo degli archetipi» la riflessione guicciardiniana occupa un posto importante. Segna davvero un nuovo avvio. Il limite entro cui si contenne Machiavelli fu - in ultima analisi - un freno. Esso è simboleggiato dal celebre «sogno» che Paolo Giovio e altri sostengono abbia fatto Machiavelli pochi giorni prima di morire (giugno 1527). Vide da un lato una folla di cenciosi e dall'altra un gruppo di persone di nobile portamento (Platone, Plutarco, Tacito) le quali «discutevano di repubbliche». I primi - gli fu spiegato - erano quelli che i Vangeli prevedono destinati al regno dei cieli, i secondi all'inferno perché la loro dottrina «inimica est Dei». E a quel punto lui disse: preferisco stare con questi.
Luciano Canfora - da
"Filologia e libertà", Oscar Mondadori, 2011
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